• Facebook Icona sociale
  • Instagram Icona sociale
  • Twitter Icon sociale
  • YouTube Icona sociale

2018 TAGteatro by TiTo

una finestra sempre aperta sul teatro

Questo sito web utilizza i cookie per migliorare la vostra esperienza. Leggi di più

I legami familiari di Caroline Baglioni

Aggiornato il: 9 ott 2019


Come vi avevo annunciato QUI il Teatro Fontana ad ottobre si tinge di Rosa.


Seguo da un pò i lavori di Caroline Baglioni (autrice e interprete vincitrice della prima edizione di Biennale College Autori Under 40) e grazie al Teatro Fontana potrò, o meglio potremo, assistere ai primi due capitoli di una trilogia dedicata all’esplorazione dei legami familiari; Gianni (premio Ustica 2015, In-Box 2016 e premio Museo Cervi - Teatro della Memoria 2017) e Mio padre non è ancora nato (selezione visionari Kilowatt Festival 2019) due monologhi emozionanti che scandagliano l’uno il rapporto con la malattia mentale, l’altro con un genitore assente.


Ho contattato Caroline per farmi raccontare:

GIANNI

dal 9 al 10 ottobre 2019

Teatro Fontana

via Gian Antonio Boltraffio 21, Milano

di e con Caroline Baglioni

regia Michelangelo Bellani


sinossi

un racconto autobiografico costruito intorno a tre audiocassette ritrovate dopo la tragica morte della voce che le ha registrate. Un flusso di coscienza che si muove a picchi infiniti tra vita e morte.


Caroline, Gianni è il primo capitolo della tua trilogia, ho letto che avevi 18 anni quando, durante un trasloco, hai ritrovato tre audiocassette in una vecchia scatola di dischi. Ciascuna portava un’etichetta con su scritto un nome: Gianni. Chi era?


Gianni era mio zio.

Quando avevo circa tredici anni, i miei genitori divennero legalmente i suoi tutori, poiché erano morti i componenti della sua famiglia. Gianni aveva un disturbo maniaco-depressivo e ha passato gran parte della sua vita dentro e fuori dagli istituti psichiatrici dell'Umbria e non solo, sempre seguito dagli assistenti sociali, e quando venne a vivere con noi aveva poco più di quarant'anni. Purtroppo dopo qualche anno ha deciso di togliersi la vita e ha segnato così la fine della sua travagliata esistenza. Dopo la vendita della sua casa ritrovai in questa scatola di dischi e audiocassette questi tre nastri con scritto il suo nome, nastri che aveva inciso con la sua voce negli anni ottanta.


Ho sempre letto che queste tre audiocassette le avevi prese e messe da parte senza dire niente a nessuno. Perché a distanza di anni hai deciso di raccontare questa storia?


La voce di Gianni era qualcosa di incredibilmente doloroso per me. Inizialmente non riuscii ad ascoltare i nastri, ci provavo a distanza di tempo, ma riuscivo a resistere solo per qualche minuto. Era un materiale molto forte, fatto di confidenze e intimità, la stessa intimità che ognuno di noi ha con se stesso quando parla tra sé e sé. Mi sembrava di spiare l'universo privato di Gianni, senza averne avuto il permesso, e per questo per anni non ne parlai a nessuno. Un giorno, nel 2014, raccontai questa storia a Michelangelo Bellani, che poi ha curato la regia del monologo, e lui rimase sconvolto dalla forza di quel racconto, ascoltammo i nastri insieme, stavolta per intero, e capimmo che quella vicenda poteva essere la storia di tanti, i discorsi di Gianni infatti, sono sì personali, ma hanno la forza dirompente della scoperta, della vita nelle sue sfaccettature, un linguaggio “alto” per contenuti e ragionamenti e allo stesso tempo tremendamente concreto. Riascoltandolo a distanza di tempo insomma, finalmente, riuscivo a comprendere quelle “cose della vita” che forse, fino ad allora, non avevo potuto capire fino in fondo anche per una questione anagrafica.


In cosa, se posso, le confidenze registrate su queste audiocassette ti uniscono a Gianni?


C'è una parte che amo particolarmente dei nastri, dove Gianni si registra mentre è nel salotto di casa sua nel 1985, anno della mia nascita. Lui dice:

"L'individuo che è senza amici, senza amore, senza niente, forse è l' individuo rivoluzionario, quello che traccia una via agli altri. Lui, diciamo la cerca per lui stesso la cerca per sé stesso, e neanche forse ne trae beneficio, ma è possibile che tracciando questa via, qualcun altro ne tragga per lui”

Ecco, questa mi è sembrata una chiamata. Ci sono diversi momenti in cui Gianni ha il presentimento che quello che sta vivendo servirà a qualcun altro. Questa è stata per me una specie di investitura. Tutto ciò che affronta nei nastri lo affronta con leggerezza e drammaticità, il rapporto con gli altri, la paura di non essere amato, la difficoltà nel costruirsi un futuro, le piccole ossessioni che costellano le nostre giornate... l'amore. Insomma, tutto ciò di cui parla, che fa parte della vita di ognuno, assume una grande forza per come ne parla, per le connessioni che riesce a fare, per la forza che cerca di trarre dall'universo e dallo sconosciuto... tutto questo mondo mi parla e fa parte di me, ma non solo di me. Molti spettatori a fine spettacolo vengono da noi e ci dicono:

“io sono Gianni”

Ecco, questo poter parlare a molti, partendo da un'esistenza così personale, è un piccolo miracolo ogni volta.


Se dovessero esserci, tra il pubblico, persone che vivono lo stesso male, cosa vorresti che si portassero a casa dopo aver ascoltato la storia di Gianni?


Quel dolore che spesso è così inascoltato, quel senso di inadeguatezza rispetto “agli altri”, è qualcosa che riguarda tutti e dunque da questo incontro, che non ha la pretesa di risolvere l'esistenza di chi guarda, può nascere una condivisione di quei sentimenti del profondo che da sempre fanno parte dell'essere umano.


Tu, cosa ti porti a casa grazie a Gianni?


Ripercorrere quelle audiocassette per me, ogni volta, è un viaggio. Un viaggio attraverso la mente e il corpo di mio zio. La cosa che mi emoziona sempre, è che io l'ho conosciuto davvero grazie a questo spettacolo; Gianni infatti, quando era in vita, era per me un essere “strano”, di cui avevo paura e non sono riuscita ad instaurarci dal vivo un vero rapporto. Considera che quando io l'ho conosciuto lui era già avanti con la malattia, in queste cassette invece, che aveva inciso molti anni prima di conoscerci, c'è una lucidità e un raccontare di sé che non avrei mai potuto immaginare. E quindi quello che mi porto a casa è la scoperta di un uomo attraverso un mezzo strano, una voce, ma anche tanti insegnamenti: l'autoironia che ci vuole per parlare di quello che ci fa soffrire, la lotta che si deve fare con sé stessi per non raccontarsi bugie, la battaglia, che anche se persa, ha comunque un valore enorme se combatti fino alla fine.


So che in scena ci sono scarpe, sia femminili che maschili... possiamo dire cosa rappresentano queste scarpe per Caroline?


Il riconoscimento del corpo di Gianni, dopo il suicidio, è avvenuto tramite una scarpa, una scarpa numero 46. Nello spettacolo io indosso ad ogni quadro una scarpa mia e una scarpa sua, mi muovo, diciamo, in bilico tra lui e me. Interpreto Gianni, senza dimenticare quanta parte di me c'è lì dentro, e per questo, per noi, sono un elemento molto significativo. Le scarpe in teatro, in generale, sono un elemento spesso usato, nel nostro caso rappresentano l'unico elemento scenografico perché tutto ha avuto inizio, se vogliamo trovare un inizio, dal ritrovamento di quella scarpa. Noi siamo abituati a dire: “mi sono messo nei sui panni” per raccontare il punto di vista di qualcuno diverso da noi, gli inglesi dicono invece “mettersi nelle scarpe di”, ecco, io mi sono messa nelle scarpe di Gianni.


Quant’è importante la memoria, ma soprattutto ascoltare una storia come quella di Gianni?


La storia di Gianni, se la guardiamo così, da fuori, è una storia molto comune, la particolarità, credo, sia nella connessione nata dal ritrovamento che sua nipote fa delle sue parole e dal fatto che quella memoria privata venisse condivisa con altri e diventasse costruzione, per così dire, di una memoria pubblica. Gianni grida la sua voglia di essere ascoltato e portare questa voce per noi è sicuramente una specie di promessa da mantenere. La voce di quell'uomo che nessuno ascoltava, chiuso nella sua stanza, o nella sua macchina, spaventato dal giudizio degli altri, dal 2015 ha attraversato l'Italia in lungo e in largo, si è fatto conoscere e amare, ha emozionato tanti spettatori ed è stato premiato per tre volte! È incredibile per noi! In un certo senso potremmo dire che lo spettacolo non parla di lui, è lui. Lo spettatore ascolta (a parte tre brevi frasi) unicamente le parole di Gianni. Il testo è la trascrizione minuziosa delle audiocassette, con tutte le pause e i silenzi, con tutti gli errori linguistici, i tic... la sua memoria è riportata fedelmente, e ascoltare una memoria come questa può essere importante, come spesso accade, per capire il presente. Certe vite che riteniamo sfortunate, penose, perdenti, possono invece arricchirci ed essere preziose. La memoria in fondo è uno strumento del presente.


Di seguito il trailer dello spettacolo Gianni:



Subito dopo Gianni, in scena il secondo spettacolo di Caroline:

MIO PADRE NON È ANCORA NATO

dal 12 al 15 ottobre 2019

Teatro Fontana

via Gian Antonio Boltraffio 21, Milano

di Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani

regia Michelangelo Bellani

con Caroline Baglioni


sinossi

un dialogo ad una voce sola fra padre e figlia. Un colloquio immaginario tra due persone quasi estranee. Un tentativo di colmare un abisso, di sciogliere vecchie incomprensioni, di risanare un rapporto ormai logorato.


Caroline, questa volta in scena un dialogo fra un padre e una figlia che tipo di affetto lega queste due persone ‘quasi’ estranee tra loro?


Mio padre non è ancora nato è il secondo capitolo della nostra Trilogia dei Legami. Se con Gianni abbiamo affrontato il mio legame con lui e quindi con una memoria anche autobiografica, in questo caso affrontiamo il legame tra padre e figli attraverso una storia d'invenzione che ci ha dato modo di parlare di un'epoca, la nostra, in cui questo rapporto sembra essere molto cambiato, rispetto a come tradizionalmente era concepito. Da un punto di vista psicoanalitico la nostra epoca viene spesso definita come il “tempo dell'evaporazione dei padri”. I padri sembrano più amici o coetanei in preda alle stesse difficoltà e alle stesse nevrosi della generazione dei figli. Lo scontro generazionale non avviene più su un piano ideologico o rivoluzionario, ma quello che la generazione dei figli rimprovera alla storia dei padri è, come accade nel caso della nostra protagonista, di non aver saputo fornire gli strumenti interpretativi per decodificare la complessità del mondo presente. Figlia e padre più che “estranei” si trovano ad essere molto simili, perché in fondo quello che si chiede all'altro è di essere diverso da quello che è.


Cosa si devono perdonare?


La figlia rimprovera al padre non tanto di non essersi presa cura di lei, o di averla abbandonata, quanto di non averle trasmesso la speranza nel futuro, nel mondo, il desiderio di vivere. Il padre più che perdonare qualcosa alla figlia, deve perdonare se stesso. Ma in fondo forse perdonare qualcun altro significa prima di tutto perdonare se stessi, cioè regalarsi la possibilità di cambiare. E il perdono è sempre una scoperta.


In Mio padre non è ancora nato quanto sono importanti le parole?


In questa storia, le parole del padre, in realtà non si sentono. Chi ascolta, le può dedurre da quanto dice la Figlia. Scenicamente è un monologo che prefigura un dialogo. Dunque vi sono due specie di parole: quelle dette e quelle silenziose che ciascuno ascolta attraverso la propria decodificazione. Si potrebbe dire che tutte le parole abbiano questo duplice livello e che il processo semantico si componga sempre attraverso un'evidenza e un'oscurità. Ci sembra che in questo caso l'importanza delle parole riguardi l'universo sottile e misterioso con il quale si riesce a condividere l'inesprimibile dei sentimenti, dell'emozione, dell'amore.


A differenza della ‘memoria’ di Gianni, qui la ‘memoria’ ha un’altra valenza e importanza. Possiamo dire qualcosa in più?


Anche qui abbiamo a che fare con un patrimonio di ricordi, ma in questo caso c'è un rapporto con una memoria dalla quale affiorano gli aspetti più traumatici del rapporto fra i due protagonisti. In questo bagaglio emotivo sembra non esistere lo spazio per un rinnovamento positivo e per una relazione pacificata. Dunque si tratta di capire quanto delle nostre passioni dobbiamo trattenere e quanto dobbiamo al contrario lasciare andare.


Quanto ami portare alla luce storie sotterranee?


Diciamo che la nostra drammaturgia tende a scavare in profondità le relazioni umane, credendo che in teatro quello che si “vede” non riguarda soltanto l'azione scenica ma anche il rapporto che si riesce ad instaurare con l'immaginazione e le emozioni sotterranee di chi guarda. Questo, per noi, costituisce l'attualità di un “medium” così antico e così anacronistico come il Teatro.


A fine serata assisteremo ad una nascita o rinascita?


Dipende. In fondo che differenza fa? Ogni rinascita è in ogni caso una nuova nascita. L'ultima battuta del testo è una parola che forse non si riesce più tanto a pronunciare, ma che va a sciogliere l'ossimoro contenuto nel titolo del testo.


Due spettacoli nella stessa settimana, il teatro ha un costo (è vero ci sono riduzioni e/o convenzioni, ma di fatto due sere per molti sono tante da dedicare al teatro, ahimè) come invogliare, se questa nostra breve intervista non sia bastata, a venire al Teatro Fontana per vederli entrambi?


Crediamo che dare al pubblico la possibilità di fruire di due capitoli di una Trilogia uno dietro l'altro sia un modo molto interessante di entrare nella poetica di una compagnia. Sono spettacoli singoli ma che hanno una forte connessione, un po' come accade in certe Serie... a Milano siamo capitati solo un paio di volte, quindi in un certo senso siamo una novità! A gennaio 2017, tra l'altro, Gianni è stato votato come “Miglior spettacolo del mese” dalla rivista Milano Teatri, quindi ci auguriamo una bella accoglienza! E chissà che poi non rimanga un po' di curiosità per il terzo capitolo Sempre Verde, la nostra nuova produzione che ha da poco debuttato al Festival di Asti... magari per il prossimo anno.



Di sicuro dopo la mia chiacchierata con Caroline non aspetto il terzo capitolo della sua Trilogia dei Legami per andare a Teatro Fontana per sostenere, come sempre, la drammaturgia contemporanea e i talenti del nostro teatro. E poi sono sicuro che Sempre Verde lo vedremo prossima stagione, com'è giusto che sia, ed io pronto a dialogare nuovamente con Caroline.


L'11 ottobre 2019, dopo lo spettacolo Mio padre non è ancora nato, grazie a Incontri Ravvicinati l'amica Tamara Malleo dialogherà con Caroline Baglioni, un altro motivo per esserci.


Buona serata

Milano 03/10/2019

Foto Gianni by Gloria Soverini

Foto Mio padre by Giovanni Menestò


CURIOSITA’

chiuderà la Rassegna in Rosa del Fontana (dal 17 al 20 ottobre) Guarda come nevica 1. Cuore di cane nella originale riscrittura di Licia Lanera.