La confessione di un’Ancella, Viola Graziosi

23/03/2020

Foto Maria Pia Ballarino


Vi avevo presentato Viola Graziosi esattamente un anno fa grazie al bellissimo spettacolo in scena a Teatro ì di Milano Penthy sur la bande.


Viola torna a Milano, solo virtualmente, con:


THE HANDMAID'S TALE

confessione di un'Ancella

25 e 26 marzo 2020

Spazio Teatro No’Hma

(canale Youtube)

tratto dal romanzo di Margaret Atwood

traduzione di Camillo Pennati

regia Graziano Piazza

con Viola Graziosi


sinossi

Il racconto dell’ancella è un romanzo distopico scritto nell’85 della canadese Margaret Atwood, tornato alle cronache per il grande successo della serie televisiva The Handmaid’s Tale, che ha ispirato i cortei di protesta di molte donne in tutto il mondo.


Viola ne ha fatto uno spettacolo ed io la ringrazio, come sempre, per aver accettato il mio invito, specie in questo momento così difficile, per farmi conoscere la sua personalissima Ancella.


Foto Pino Le Pera


The Handmaid’s Tale fa parte di una trilogia tutta al femminile, quando è perché nasce?


Diciamo che “si è fatta”.

Qualche anno fa ho deciso di cimentarmi con il monologo e ho iniziato a leggere di tutto non trovando però la “cosa giusta”. Finché Graziano Piazza, attore, regista e marito (!) con il quale spesso lavoro, mi propone Aiace di Ritsos.

E io gli dico: “sei pazzo?!”…

Lui insiste: “ma tu non fai Aiace, Aiace si è suicidato, è una proiezione, un miraggio… fai la donna sulla porta che ascolta, come dice Ritsos nella didascalia iniziale, e che è testimone delle sue ultime parole”.

Abbiamo letto il testo, tutto scritto al maschile, dove parla l’eroe in prima persona e io ogni tanto mi fermavo: “come faccio a dire una cosa così”.

E lui: “pensa sempre che è lei che ricorda le sue parole, le riporta…così lo comprende (lo prende con sé) e piano piano forse si riduce la separazione tra i due”.

Fidandomi di Graziano e guidata da lui ho iniziato a percorrere le parole, le gesta di Aiace, e a prendere posto al centro della scena. Chiamata a testimone. Questo forse è il ruolo dell’attore, e ancor più del femminile che nella sua “liquidità” è in grado di adattarsi alle forme, e così trasformarsi.

Ho ritrovato questa stessa possibilità in The Handmaid’s Tale – Confessione di un’ancella, riduzione a cura di Loredana Lipperini del romanzo di Margaret Atwood, nato come lettura radiofonica per Radio3 e in Offelia Suite, riscrittura contemporanea del personaggio di Ofeliaa cura di Luca Cedrola e del Maestro Arturo Annecchino, sempre con la regia di Graziano, tre figure di donne che hanno il coraggio della parola che diventa azione, e trasforma. Tutto si trasforma, e noi non possiamo essere che testimoni di ciò che “si fa”.


Dunque, chi sono le donne che abitano nello spettacolo The Handmaid’s?


Sono le donne che vivono nella Repubblica di Gilead:

“dove la guerra non può entrare tranne che attraverso la televisione”

Sono donne “protette”, che non possono possedere nulla, che non possono scrivere, né leggere, non lavorano, non hanno bisogno di guadagnare soldi, non possono uscire di casa da sole, seguono regole molto precise. Sono divise in categorie, e si riconoscono secondo il colore del loro vestito: le Mogli sono vestite di blu, le Zie di verde militare, le Marte indossano abiti marrone e le Ancelle sono vestite di rosso, uniche ancora in grado di generare. Loro sono la speranza del futuro.


L'Ancella ci interroga sulla libertà… ma siamo sicuri di essere ‘liberi’?


La frase centrale del testo che porto in scena è di Zia Lydia che dice:

“Esiste più di un genere di libertà. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.”

Sembra un paradosso ma è così. Essere liberi di fare qualcosa o liberi da qualcosa… Noi viviamo nella libertà di… ma è davvero così? Siamo liberi di fare qualunque cosa? E come si fa quando la mia libertà limita quella dell’altro? Chi e cosa determina i limiti? D’altra parte, per essere liberi da qualcosa dobbiamo accettarne le regole che limitano la nostra libertà. Oggi come oggi lo vediamo molto bene: lo stiamo vivendo. Per evitare il contagio da Covid-19 (libertà da) ci è stata tolta la libertà di uscire di casa, di avere contatti, di andare al cinema, a teatro, addirittura di abbracciarci... Non per un sistema dittatoriale coercitivo, come nella teocrazia di Gilead, ma per rispondere a una giusta urgenza sanitaria. Eppure, anche se per un periodo momentaneo, ci ritroviamo anche noi in una sorta di distopia. Quanto risuona l’Ancella.


Qual è l'aspetto che ti affascina di più nell’interpretare questa donna, anzi queste tre donne?


Sono tre figure che si manifestano guardando oltre i condizionamenti, le aspettative, i ruoli, il giudizio. Le aspettative, i ruoli, il giudizio. Non sono personaggi di “rottura” perché partono dalle macerie, tutto è già “rotto”, e loro fanno i conti con questo. Non possono tornare indietro quindi guardano al presente che contiene in sé il seme del cambiamento. Sono tre donne con le loro fragilità, la loro umanità, e in questo coraggiose, rivoluzionarie. Non devono confrontarsi con l’eroismo, non compiono grandi gesta, ma attraversano la loro piccolezza e inadeguatezza, e pian piano scoprono una voce. Sono tre figure che danno speranza. Che come i fili d’erba, si piegano ma non si spezzano. E per me sono un faro.


Le difficoltà? se ce ne sono….


Le difficoltà sono quelle di riuscire a compromettersi senza giudicare e quindi prendere una posizione neutra che possa permettere allo spettatore da una parte di identificarsi, ma dall’altra di essere lui a prendere posizione “liberamente”. La difficoltà è essere solo canali.


Quanto ti è congeniale il monologo e perché?


A me non sembra di monologare, cioè di parlare tra me e me, perché nell’atto stesso di stare su un palco inizia una comunicazione con il pubblico. Con questi spettacoli ho scoperto dei mondi, quelli interni a me e ai miei personaggi, e quelli degli spettatori presenti ogni sera che sono fortemente connessi e agiscono con me. Sono spettatori attivi, direi anche creativi… ed emotivi. Questo ancor più mi ha messo in una condizione di ascolto dell’altro, di ricerca del contatto. Ultimamente ho letto che in teatro gli spettatori hanno il cuore che batte alla stessa frequenza… è bellissimo, no? Posso dire di averlo sentito.

Altro che "monologo"!!!


Il teatro è ancora a favore dell’uomo (più testi al maschile di conseguenza più protagonisti uomini) secondo te, oggi, per una donna andare in scena ci vogliono Superpoteri?


Certo, ma le donne ce li hanno i Superpoteri!

Molte di loro per lo meno. È divertente sperimentarli, farne una pratica quotidiana.


In Italia esiste la meritocrazia?


Non mi pongo questa domanda, cerco di porre l’attenzione su quello che è alla mia portata e che può svilupparsi. Credo ci siano tante possibilità e tanto da fare. E che qualcosa nasca sempre da quello che si fa. E spesso sono stata ripagata dal merito.


Domanda che faccio spesso (se penso alla situazione attuale!) il teatro italiano gode di ottima salute?


Beh in questo momento è dura parlare di “salute”… ma il teatro è una medicina e per questo non può fermarsi. A volte uno stato di salute precario toglie di mezzo inutili fronzoli. Ora che hanno chiuso i teatri, tutti noi ci chiediamo come faremo a rimettere in piedi il sistema spettacolo dal vivo. E nel frattempo molti di noi cercano nuove forme per andare avanti. Il teatro è vita…e noi non siamo morti. Siamo “operatori della cultura” e penso che il nostro ruolo oggi sia prezioso. Non salva le vite, ma forse solleva le anime.

Per quanto mi riguarda proveremo con il teatro in streaming. Però fatto ad hoc, con 3 telecamere, un mixer audio e un mixer video… perché la comunicazione arrivi attraverso un mezzo diverso. Se non potremo garantire la condivisione di uno spazio, condivideremo un tempo e un’esperienza comuni. Non potrà sostituire l’esperienza diretta, certo, ma almeno rimaniamo “connessi”, è proprio il caso di dirlo. E la voglia di ritrovarci non potrà che crescere. È come quando due amanti lontani per un po’ si vedono su Skype!


In quale direzione sta andando?


Io credo che non si dia abbastanza fiducia al pubblico, per il quale tutto si fa. Penso che oggi in Italia le persone abbiano bisogno di teatro. Ovvero di una lente di ingrandimento su noi stessi, che ci aiuti, ci consoli e ci supporti nella vita. Una volta in un incontro con degli spettatori, una persona ha alzato la mano dicendo:

“ma i registi quando fanno uno spettacolo, a chi pensano"

Brivido! Non lo dimenticherò mai.

Adesso con l’urgenza nazionale da Coronavirus il teatro è paralizzato, migliaia di attori, tecnici, maestranze si sono ritrovate senza lavoro, perché se non vai in scena chi ti paga? Non possiamo lavorare in smart working, non possiamo chiedere la cassa integrazione e nemmeno la disoccupazione perché la maggior parte di noi lavora a partita IVA, e gli equilibri economici di ciascuno sono delicatissimi. Però bisogna mantenere alte le coscienze proprio in questo momento, e sapere che il nostro lavoro ha un valore, e anzi ritrovare necessità della proposta e andare in contro al pubblico che ci sostiene così come noi lo sosteniamo.


Perché il cambiamento fa paura?


Perché generalmente siamo pigri e preferiamo agire per automatismi. Questo riguarda un po’ tutto. Ma adesso con quello che succede, ogni nostro automatismo è rimesso in discussione. Così come le nostre certezze. Siamo tutti messi “nella vita”, giorno per giorno, senza sapere cosa accadrà domani. Semplicemente presenti. Sono meravigliata di tutto ciò che sta venendo fuori in un’Italia che finalmente riscopre il proprio valore, le proprie risorse e un senso civico grande. Ciascuno si impegna per sé e per il prossimo, la responsabilità è condivisa. È commovente. E per la prima volta, io che sono cresciuta in Tunisia e ho studiato e vissuto a lungo in Francia, sono orgogliosa di essere italiana, e non c’è nessun altro paese al mondo in cui vorrei stare in questo momento.


Tornando allo spettacolo, me lo hai descritto come: ‘ad alto tasso di necessità’ chi non dovrebbe assolutamente perderselo e perché.


Tutti dovrebbero vederlo!

È uno spettacolo che parla a noi, ora. Ancora di più ora, con quello che stiamo vivendo. Parla della nostra responsabilità, della nostra possibilità. Non ci sono buoni o cattivi, ci sono comportamenti umani, condizioni, reazioni, istinto di sopravvivenza in atto… “ci osserva”.

E ancora di più spero che lo vedano i giovani. Ti cito un’altra battuta del testo:

“Voi giovani non vi rendete conto di quello che avete, non sapete quante ne abbiamo passate per portarvi a dove siete. Guarda tuo marito che affetta le carote! Tu lo sai quanti corpi di donne, quante vite di donne, ci sono volute per arrivare sin qui?”.

Ecco noi siamo una generazione di transizione, siamo memoria viva. La memoria serve a non ricommettere gli stessi errori. Si da meno attenzione a ciò che sembra acquisito. Oggi possiamo dire in coro che non c’è nulla di scontato e che dobbiamo rimanere svegli, pronti!


Vuoi dare l’appuntamento ai nostri e tuoi lettori con lo spettacolo L’Ancella, ma soprattutto dove?


L’Ancella vi aspetta i giorni 25 e 26 marzo al Teatro Spazio No’Hma di Milano, per raccontarvi la sua storia. Non sappiamo bene da dove parla, da quale tempo e quale luogo, ma parla proprio a noi, uomini e donne della società contemporanea.

E con le nuove disposizioni Covid-19, L’Ancella vi parlerà in diretta streaming dal Canale YouTube del Teatro Spazio No’Hma!


Per la prima volta (chi l’avrebbe detto) vi invito a vedere uno spettacolo, online. Io ci sarò!


by TiTo


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